Dalla psicoanalisi alla psicologia analitica
Nata da una costola della psicoanalisi di Freud, di cui Jung fu allievo e collaboratore dal 1906 al 1913, la psicologia analitica se ne distacca, perché Jung incomincia a sostenere che la libido, non si manifesta solo nelle istanze pulsionali individuali, ma é invece, attraverso il simbolo, sia la manifestazione individuale del substrato archetipico profondo dell'umanità, sia il motore della trasformazione del singolo, che Jung chiama processo di individuazione.
Per la psicologia analitica junghiana, tale processo di individuazione archetipica costituisce la finalità dell'esistenza di ogni persona.
La psicoanalisi freudiana ricerca e riconosce, all'attività dell'inconscio e in particolare al disturbo psichico, delle cause, applicando all'indagine psicologica il modello concettuale ed il metodo di indagine meccanicistici tipici del positivismo. In questo senso essa si definisce come scienza, postulando la possibilità di determinare la concatenazione dei pensieri che conducono al sintomo psichico.
La psicologia analitica junghiana segue invece nella propria indagine un metodo finalistico, il cui obiettivo è la ricerca del significato dei processi inconsci e della sofferenza psichica.
La sistematizzazione del pensiero junghiano fu lunga e complessa: a differenza di Freud, Jung non aveva il dono della scrittura brillante e rapida, e l'elaborazione di alcuni dei suoi lavori principali lo accompagnò per moltissimi anni. Si vedano in particolare i tempi di pubblicazione di alcune sue opere fondamentali, riportate in bibliografia.
Principi teorici essenziali
l'Inconscio
L'inconscio personale non è, come per Freud, il "luogo del rimosso", cioè un contenitore psichico vuoto alla nascita, che man mano si popola di complessi causati da episodi traumatici infantili. Per Jung anzitutto l'inconscio non è vuoto, ma è il contenitore di forme archetipiche universali ereditarie, all'interno del quale si organizzano le esperienze individuali.
Inoltre esso precede la formazione dell'Io cosciente, e contiene il progetto esistenziale dell'individuo che ne è portatore, come - diremmo oggi - una sorta di DNA psichico.
Idea non nuovissima, di ascendenza schiettamente neoplatonica, già presente, ad esempio, nelle fantasie di Michelangelo a proposito che la figura da scolpire fosse già inscritta nel blocco di pietra su cui stava lavorando. Quest'idea però non era ancora mai stata applicata alla scienza psicologica, come farà Jung.
Fermo restando che, per Jung come per Freud, l'inconscio non è direttamente osservabile, Jung enuncia una rappresentazione metaforica dell'inconscio come popolato da figure interiori, i cui rapporti e conflitti generano le dinamiche psichiche: Animus/Anima, Persona/Ombra, Puer/Senex e così via.
l'analisi e il processo di individuazione
Come dice Jung stesso in Ricordi, sogni e riflessioni, parlando della situazione che aveva trovato all'inizio della professione nell' Ospedale Psichiatrico di Berna:
"Il medico trattava un paziente X con una lunga serie di diagnosi bell'e pronte e una minuziosa sintomatologia. Il paziente era catalogato, bollato con una diagnosi, e, per lo più, la faccenda finiva così. La psicologia del malato mentale non aveva nessuna parte da adempiere."
L’innovazione che Jung portò nella pratica psichiatrica fu dunque innanzitutto la consapevolezza che la funzione del terapeuta non era nell'applicare un metodo, ma nel porre attenzione alla storia del paziente e alle storie che egli raccontava:
"Il solo studio della psichiatria non è sufficiente. Io stesso ho dovuto lavorare ancora molto prima di possedere il bagaglio necessario per la psicoterapia. Fin dal 1909 mi resi conto che non potevo curare le psicosi latenti se non capivo il loro simbolismo, e fu allora che mi misi a studiare la mitologia."
Jung si convinse presto, infatti, anche osservando i propri sogni, che nel sintomo nevrotico come nel delirio psicotico affiorano immagini e idee che non sono proprie, personali del paziente, ma che gli pervengono da un fondo arcaico, e le cui figure possono desumersi da culti, religioni e mitologie antichi appartenenti a tutti i popoli:
sono gli archetipi, forme alla base dell'inconscio collettivo, condivise da tutta l'umanità, che costituiscono, nel campo psicologico, l'equivalente di ciò che in campo antropologico sono le "rappresentazioni collettive" dei primitivi, o, nel campo delle religioni comparate, le "categorie dell'immaginazione".
le cause del disturbo psichico
L'archetipo, in quanto forma, non agisce direttamente sulla psiche individuale, cioè sull'inconscio personale, ma attraverso l'emergere di azioni, pensieri e impulsi il cui simbolismo egli non comprende e non controlla, che lo pongono in conflitto con la società a cui appartiene e lo espongono ad una esclusione non desiderata e temibile come il manicomio e la taccia di follia.
La dinamica dualistica ed esclusiva tra Eros e Thanatos in cui Freud aveva individuato e confinato il motore energetico della nevrosi, in Jung si articola e si moltiplica in funzione della pluralità delle figure archetipiche che popolano l'inconscio.
Il sintomo non richiede più una spiegazione in chiave di causa-effetto, ma viene considerato esso stesso una domanda di significato rispetto al disagio soggettivo che esprime.
Il disturbo psichico smette così di essere considerato una malattia, e l'intervento analitico smette di essere considerato una "cura" - ne consegue che la pratica di psicologia analitica junghiana, non mira più ad una "guarigione", ma ad individuare il senso simbolico e archetipico del disturbo e ad aiutare il suo portatore ad utilizzarne l'energia ai fini della "trasformazione" e della propria individuazione.
Lavorare con gli archetipi richiede certamente, come lo stesso Jung notava sopra, molte conoscenze di tipo non clinico, perché richiede anche molta immaginazione: non nel senso del fantasticare, ovviamente, ma nel senso dell'immaginazione creativa - quella che Vico chiamava "logica poetica".
E poiché accompagnare il paziente in questa esplorazione richiede da parte del terapeuta un'attenzione non solo intellettuale, ma empatica (diceva Jung: "Se il medico e il paziente non diventano un problema uno per l'altro, non si trova alcuna soluzione"), è evidente che, in una analisi junghiana, la psiche del terapeuta è messa in causa dall'analisi, non meno di quella del paziente.
Proprio in relazione a questa consapevolezza, Jung fu convinto fin dall'inizio della sua ricerca che il mettersi in gioco del terapeuta necessitava assolutamente di trovare supporto nell'analisi didattica e di controllo:
"Il trattamento del paziente comincia, per così dire, dal medico: solo se questi sa far fronte a sé stesso e ai suoi problemi, sarà in grado di proporre al paziente una linea di condotta."
Il problema della psicosi
Anche in medicina l'idea che il paziente debba partecipare alla propria cura sforzandosi di assumere consapevolezza della propria malattia, è la base di qualsiasi trattamento terapeutico, anche di tipo farmacologico.
Un buon medico, qualsiasi cosa gli dica il paziente, innanzitutto lo rende cosciente che qualsiasi terapia gli verrà prescritta, il motore principale della guarigione é il paziente stesso, il suo modo di vedersi ammalato e il suo modo di pensare a come guarire.
Tutto ciò, con la maggior parte dei pazienti psicotici non è possibile, almeno nella fase delirante, durante la quale qualsiasi discorso interpretativo venga loro fatto, non viene percepito, ed anche gli interventi farmacologici devono a volte essere coattivi.
Rispetto a queste situazioni, l'intervento della sola psicologia analitica non meno di quello della sola psicoanalisi freudiana rischiano frequentemente l'impasse.
Pur essendo nate entrambe in ospedale psichiatrico e dal confronto con pazienti psicotici, infatti, le due discipline hanno elaborato nel tempo forti connotazioni filosofiche, che si rivelano talvolta inadeguate ad affrontare situazioni di rilevanza clinica.
Negli ultimi decenni perciò i terapeuti - soprattutto se di formazione psichiatrica - ricorrono sempre più frequentemente ad una terapia integrata (TI) psicologico-farmacologica.
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